
Il disgusto è un’emozione primaria, una di quelle emozioni molto antiche che il nostro cervello utilizza per tenerci lontane da ciò che può farci male. È una sorta di sistema di allarme biologico: ci segnala ciò che è contaminante, tossico, pericoloso per il nostro corpo o per il nostro equilibrio. Eppure questa emozione spesso impariamo a sopprimerla fin da piccoli, in modo molto più sottile di quanto sembri. Quando ci insegnano a mangiare cose che non vogliamo, per esempio, il messaggio implicito è che quella sensazione di repulsione che proviamo non è affidabile, che va ignorata, che bisogna “superarla”. Così, poco alla volta, impariamo a non ascoltarla più.
Il disgusto però non serve solo a proteggerci dal cibo avariato o da qualcosa che potrebbe farci ammalare. Serve anche a proteggerci dalle persone che non vanno bene per noi, da quelle situazioni relazionali che ci feriscono, che ci umiliano, che erodono lentamente il nostro senso di dignità. È un’emozione che dovrebbe aiutarci a mettere distanza, a percepire che qualcosa non è sano per noi.
Il problema è che quando siamo innamorati questo sistema può smettere di funzionare.
Durante l’innamoramento, e ancora di più durante la limerence, la corteccia prefrontale sembra andare in vacanza. I difetti della persona di cui siamo innamorati smettono di essere visibili, oppure diventano irrilevanti. È un meccanismo biologico molto antico che ha una funzione precisa: favorire la formazione del legame. Se vedessimo con lucidità tutti i difetti dell’altra persona fin dall’inizio, probabilmente molti legami non nascerebbero nemmeno. L’evoluzione, che ha un obiettivo molto semplice — la riproduzione — ha quindi costruito un sistema che temporaneamente sospende una parte della nostra capacità critica.
Nella limerence questo meccanismo è ancora più forte, perché all’innamoramento si aggiunge la componente ossessiva: il pensiero dell’altra persona diventa costante, totalizzante, e l’attenzione è così concentrata su di lei che tutto il resto passa in secondo piano. I difetti non solo vengono minimizzati, ma diventano quasi invisibili.
Nel mio caso, però, succedeva una cosa strana.
Razionalmente i difetti li vedevo. Li capivo perfettamente. Sapevo che c’erano. Ma non li sentivo.
A livello razionale avevo chiaro che la persona di cui ero innamorata aveva problemi di autostima e una forte aggressività. Potevo descrivere questi aspetti senza difficoltà, li vedevo nelle sue reazioni, nel modo in cui parlava degli altri, nel modo in cui creava e gestiva i conflitti. Ma questa consapevolezza non si traduceva in una reazione emotiva. Non provavo repulsione, non provavo disagio o allarme, non provavo quella sensazione di disgusto che normalmente ci spinge a prendere distanza. Continuavo invece a giustificare tutto, a reinterpretare ogni comportamento in modo da renderlo accettabile, a costruire spiegazioni che mi permettessero di mantenere intatta l’immagine che avevo di lui. Ma soprattutto continuavo a sentire questa forte attrazione che mi rendeva ogni altro aspetto secondario.
Una volta uscita dalla limerence, dopo circa sei mesi di low contact (perché nel mio caso il no contact non era possibile) mi è successa una cosa che mi ha fatto capire quanto fosse cambiato il mio modo di percepire questa persona.
Un giorno mi ha fatto ascoltare un messaggio registrato. Era una telefonata con un addetto di un call center. Durante la conversazione si scambiavano insulti, ma lui diceva cose terribili, non semplici offese dette per rabbia, ma frasi studiate per colpire l’altra persona esattamente dove fa più male, per umiliarla.
Sono rimasta scioccata.
Ho provato una forte pena per l’addetto del call center, immaginando quanto dovesse essere frustrante trovarsi dall’altra parte del telefono a subire quel tipo di aggressione gratuita. Ma soprattutto ho provato disgusto per il mio LO. Un disgusto molto chiaro, quasi fisico, quella sensazione immediata che qualcosa è profondamente sbagliato.
E insieme a questo ho provato disgusto anche per la me di prima.
Per quella versione di me completamente dipendente, che nella stessa situazione avrebbe (e aveva) reagito in modo totalmente diverso. Avrei riso. Avrei interpretato l’episodio come una forma di attenzione nei miei confronti. Avrei pensato, in modo quasi infantile, di essere l’unica persona a cui lui avrebbe potuto far ascoltare quella registrazione, che solo con me poteva mostrarsi davvero per quello che era. Certo, razionalmente avrei potuto riconoscere che era un comportamento crudele, il comportamento di qualcuno che ha bisogno di denigrare gli altri per sentirsi superiore, ma a livello emotivo quell’attenzione “ha fatto ascoltare la registrazione proprio a me e solo a me! ” l’avrei probabilmente accolta con gioia, e avrei neutralizzato ogni reazione negativa pur di non mettere in discussione il legame.
La limerence fa anche questo: ci fa perdere pezzi di noi stessi. Ci porta a sacrificare i nostri valori, i nostri principi, la nostra dignità pur di ottenere un’altra piccola “dose” di attenzione, di vicinanza, di speranza. Quella dose, però, è un’illusione.
Solo quando ne usciamo — spesso dopo mesi di distanza, di silenzio, di lento ritorno a noi stessi — ci rendiamo conto di quanto abbiamo sacrificato, di quanto abbiamo tollerato, di quante parti di noi abbiamo nascosto o deformato pur di mantenere viva quella connessione. Ci accorgiamo di quanto abbiamo finto, di quanto ci siamo adattati, di quanto ci siamo allontanati da ciò che eravamo.
Ma mentre siamo immersi nella limerence non siamo davvero noi stessi, e proprio per questo è quasi impossibile farci ragionare. Il nostro sistema emotivo è completamente occupato da quella persona, e tutto il resto — valori, limiti, intuizioni, perfino il disgusto — viene messo a tacere.
Finché, un giorno, quella sensazione torna. E quando torna, capiamo che in fondo era sempre stata lì, solo sepolta sotto l’ossessione.











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