Trasferire la limerenza: via di fuga o autoinganno?

La limerenza non è un semplice infatuarsi. È un’esperienza intensa, travolgente, totalizzante. Chi l’ha vissuta sa che può diventare un’ossessione mentale e fisica, capace di monopolizzare la nostra attenzione, regolare il nostro umore, alterare le nostre priorità.
E quando l’oggetto di questa limerenza (il cosiddetto LO, limerent object) è qualcuno che ci fa soffrire – perché è ambiguo, indisponibile, tossico, o semplicemente non ricambia – allora nasce il bisogno disperato di trovare una via d’uscita.

Una delle strategie più citate, anche in contesti terapeutici o nei gruppi online di supporto, è quella del trasferimento della limerenza: cercare di “dirottare” quell’energia su qualcun altro.
A prima vista può sembrare una scorciatoia efficace. Ma è davvero una soluzione? O stiamo solo cambiando ossessione, lasciando intatto il meccanismo?


Quando il trasferimento sembra funzionare

Chi ha attraversato un episodio limerente sa quanto sia difficile liberarsene con il solo pensiero razionale. Anche dopo aver compreso che l’oggetto del nostro desiderio non è giusto per noi, la mente continua a tornare lì.
In questo contesto, incontrare qualcun altro può rappresentare un’interruzione del ciclo. Alcuni su Reddit raccontano che è bastato un messaggio, uno sguardo, un’attenzione inaspettata da parte di una nuova persona per “liberarsi” mentalmente del vecchio LO.

“La mia limerenza per il mio migliore amico è svanita nel momento in cui ho iniziato a frequentare il suo amico. Da quel momento in poi, è lui che ha occupato tutto il mio spazio mentale.”

Un altro dice:

“La limerenza per il mio ex LO è svanita nel momento in cui ho iniziato a messaggiare con una vecchia conoscenza. In modo spontaneo, ho cominciato a immaginare un futuro con questa nuova persona. È stato un sollievo sognare qualcuno che non mi aveva ferito.”

In altri casi il transfert viene tentato in modo più consapevole, come autodifesa emotiva:

“Lo so che questo nuovo ragazzo potrebbe diventare un nuovo LO, ma per ora mi aiuta semplicemente a non pensare all’altro. E solo il fatto di fantasticare su qualcosa di diverso mi fa sentire meno intrappolata.”

“Ho cambiato LO. Il nuovo è un utente di Reddit. Non ci conosciamo, ma almeno non è un collega come il precedente. Sono contento di essermi liberato dell’ex. Sarebbe meglio non essere limerente per nessuno, ma per ora va bene così.”

In effetti, alcuni studi e testimonianze suggeriscono che non si può provare limerenza per più di una persona alla volta. Se questo è vero, allora “spostarla” da un soggetto all’altro potrebbe risultare in una vera e propria sostituzione: il vecchio LO perde potere perché il nuovo prende il suo posto.
E nelle fasi finali della limerenza – quando l’intensità comincia naturalmente a calare – un nuovo LO può diventare l’elemento di rottura definitivo, aiutando a tagliare il cordone mentale con il precedente.

“Avevo già capito che LO2 non era giusto per me. Ma è stato l’arrivo di LO3 a rendere possibile il distacco definitivo.”

Anche chi ha una visione più critica della limerenza ammette che, in circostanze ben precise, il trasferimento può avere una sua utilità:

  • se siamo single e realmente pronti a una relazione;
  • se il nuovo LO è più disponibile e sano;
  • se siamo consapevoli di ciò che stiamo facendo e manteniamo un certo distacco iniziale;
  • se il vecchio LO è già quasi uscito dal nostro sistema, ma ci serve una “spinta” finale per lasciarlo andare.

In questi contesti, il transfert può funzionare come una fase di passaggio, una distrazione momentanea che – se non viene nutrita eccessivamente – permette alla psiche di rigenerarsi.


Quando il transfert si rivela una trappola

Ma per molti altri, questo passaggio non porta guarigione, bensì ripetizione.

“Pensavo di aver risolto le mie questioni di attaccamento. Poi, durante un ritiro di meditazione, ho visto la mia mente spostare tutta la limerenza su una nuova donna nel giro di 24 ore. Ma stavolta ero consapevole. Ho capito che non desideravo lei. Desideravo connettermi. Con me stesso.”

Un’altra persona scrive:

“Sì, la limerenza si sposta. Ma è sempre la stessa storia. Sempre qualcun altro su cui proietto i miei vuoti. Alla fine non cambia nulla, solo il nome.”

C’è chi lo vive come un’illusione pericolosa:

“Cambiare LO è solo un modo per restare nello stesso loop. Se continuo ad attaccarmi a persone indisponibili, forse è quello che mi attrae davvero. E allora devo farmi delle domande serie.”

Altri riconoscono di essere intrappolati in un ciclo continuo di proiezioni:

“Avevo finalmente superato il mio LO. Poi ho incontrato un altro ragazzo che aveva qualcosa di simile. Stesse dinamiche. Stesse illusioni. Stesso dolore alla fine. Non era lui. Ero io.”

Questo è il rischio più grande: confondere il transfert con il superamento.
Cambiare LO non equivale a guarire dalla limerenza. Anzi, può rinforzare l’idea che il problema sia sempre l’altro – il LO sbagliato – mentre la radice della sofferenza resta dentro di noi, intatta.

Un utente racconta:

“Ho sempre un LO, ed è un ciclo senza fine. Lo odio.”

C’è anche chi racconta che il transfert non ha mai funzionato del tutto:

“Ho provato a fantasticare su una celebrità che assomigliava al mio LO. Mi distraeva, sì, ma se vivevo una delusione o un rifiuto nella vita reale, il mio pensiero tornava sempre a lui. Era come se la mia mente lo usasse come rifugio.”

In questi casi, è chiaro che non è il LO a essere speciale, ma il meccanismo che ci porta a investire tutta la nostra energia mentale in una figura idealizzata. E se quel meccanismo non viene riconosciuto, affrontato e trasformato, continuerà a riprodursi, con volti diversi ma con lo stesso esito: squilibrio, dipendenza emotiva, sofferenza.


E se trasferissimo la limerenza… altrove?

C’è un’altra possibilità che spesso viene ignorata.
Invece di trasferire la limerenza da una persona a un’altra, potremmo trasferirla su qualcosa che ci appassiona davvero.

Perché la verità è che la limerenza non è solo sofferenza. È anche energia potentissima. Una carica emotiva intensa, una spinta creativa, una fame di connessione. Ma quando questa forza viene indirizzata su un oggetto esterno su cui non abbiamo controllo, diventa tossica. Se invece impariamo a canalizzarla in qualcosa di nostro, può diventare trasformativa.

Un progetto. Uno sport. Un’attività creativa. Una sfida personale.
Qualcosa che ci emoziona, che ci mette alla prova, che ci fa sentire vivi — ma che è nelle nostre mani.

Così, ciò che prima era un’ossessione diventa un canale per l’espressione di sé.
Non è fuga, non è repressione. È sublimazione consapevole.

Limerenza è desiderio bruciante per qualcosa che ci manca.
Sublimazione è coltivare ciò che possiamo creare.

È un cambio di paradigma.
Non si tratta più di trovare la persona giusta su cui investire la nostra fantasia, ma di scoprire in noi stessi cosa merita davvero la nostra attenzione.
E mentre costruiamo qualcosa che ci appartiene, qualcosa che cresce nel tempo e ci nutre, il bisogno di proiettare sull’altro si riduce.
Non perché smettiamo di desiderare connessione, ma perché non la cerchiamo più per riempire un vuoto.

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CHI SONO

Mi chiamo Nada. Non sono una psicologa né una neuroscienziata, ma una ricercatrice che ha vissuto in prima persona l’esperienza della limerence. Il mio obiettivo è raccogliere e condividere le migliori fonti e informazioni disponibili per aiutare chi si trova alle prese con questa condizione, offrendo supporto e comprensione attraverso la conoscenza.

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